Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

Agosto 30, 2019 0 Di Ilaria Ronchini

Arlecchino è una maschera Bergamasca della Commedia dell’Arte, Arlecchino è una contaminazione della maschera della Commedia Zanni ed i personaggi della farsa francesi.

Arlecchino il personaggio teatrale nasce a metà del ‘600, ma al contrario di molte sue colleghe maschere non è legato ad un attore in particolare, d’altro canto la figura di Arlecchino risale ad antiche ritualità agricole.

Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

E’ data per certo una certa origine demoniaca per questa maschera, di fatti Arlecchino è anche il nome di un demone Ctonio (sotterraneo), nel XII nel libro “Historia Ecclesiastica”  di Orderico Vitale, monaco cristiano e storiografo inglese, parla dell’apparizione di un corteo di anime morte guidata da un gigantesco demone chiamato Hellequin,  perciò chiamata familia Herlechini.

La radice del nome è di origine Germanica con Hölle König (tradotto significa re dell’inferno), se translitterato giunge infine alla pronuncia Harlequin; c’è da dire però che l’interpretazione demoniaca deriva del personaggio è legato prettamente alla religione Cristiana.

Nell’età precristiana si credeva che in occasione di particolari feste e d’inverno, che veniva considerato il periodo più oscuro di tutte le stagioni, gli spiriti dei morti iniziassero una corsa forsennata fra il cielo e la terra, e a guidarli vi era una divinità dell’oltretomba diversa, secondo i pantheon del luogo.

Tutta questa mansnada di morti viene detto “Caccia Selvaggia” , divenuta poi una schiera di dannati.

La somiglianza con la maschera Zanni

La maschera Zanni nella commedia dell’arte rappresenta il classico “povero diavolo”, piuttosto arguto, ma anche sciocco, così anche Arlecchino, si ritrova a fare piani brillanti ma che non gli vanno sempre a buon fine.

Entrambe queste figure sono legate agli spiriti ctoni, perciò entrambi spesso finivano nelle rappresentazioni sacre come esorcisti della paura del soprannaturale. Il loro compito infatti era divertire gli spettatori ironizzando, tal volta anche in modo osceno, sulla Morte. Questa tradizione risale fin all’antica Grecia, e non si riuscì a sradicare nemmeno durante il medio evo fino ai giorni nostri.

Arlecchino nella Divina Commedia

Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

Dante Alighieri  inserì Arlecchino nella sua opera principale come demone nella quinta bolgia dell’ottavo girone, fra i demoni delle Malebranche. Ovviamente non lo chiamò proprio Arlecchino, bensì Alichino, che risulterà una figura assai comica nel contesto Dantesco,  creando dei siparietti comici, molto rari nell’opera.

La scena si svolge in un unico canto, i diavoli delle Malebranche hanno il compito di torturare i dannati immersi in un lago di pece bollente, dilaniandoli e squartandoli.

Il primo incontro con Dante del demone Alichino è quando il capo dei demoni Malacoda, lo chiama assegnadolo come scorta a lui e a Virgilio, i quali dovranno raggiungere un ponte che li farà accedere alla prossima bolgia. Ponte che solo in seguito si scoprirà crollato.

Alichino è il diavolo che quando viene pescato un dannato e dopo che questi ha proposto di non venire squartato in cambio di un suffolare suo speciale (un segnale che dice ce i diavoli sono lontani, usato per riprendere fiato dai dannati), fa da garante alla proposta del dannato, accettandola e convincendo anche gli altri a farlo.

Però l’anima dannata, per paura, si rituffa imbrogliando i diavoli, è più veloce delle ali di loro. Alichino non può far altro che riprende quota, un altro diavolo, allora, desideroso di azzuffarsi  si getta sul compagno cominciando una lotta furibonda. Nella zuffa entrambi però finiscono per rotolare nella pece bollente, mentre gli altri diavoli cercano di ripescare i due coi loro uncini.

Così di chiude il canto Dantesco e l’episodio di Alichino.

La messa in scena di Arlecchino

La maggior parte dei ruoli nella commedia dell’arte era fissa: cioè doveva seguire uno schema predeterminato, sia dal personaggio stesso (ripetendo sempre uno stesso schema comportamentale, negli atteggiamenti), sia dal copione, che doveva essere rispettato almeno nelle sue parti fondamentali.

Solo gli Zanni, ovvero i servi, avevano una buona parte d’improvvisazione, ma era obbligatorio per loro espremersi più col linguaggio del corpo che con le parole, anche se alcune battute caratteristiche di questi personaggi sono arrivati fino a noi.

Molti canovacci (testo teatrale che riassume le vicende di una data storia, senza specificarne le battute) avevano alcune parti libere dettte Lazzi, queste lasciavano al attore molto spazio interprretativo, sia dal punto di vista corporale sia dal punto di vista fonetico.

Dati i pochi documenti che abbiamo di quelle messe in scene non abbiamo una testimonianza concreta dei lazzi, infatti di questi rimangono solo delle note a margine lasciate dagli attori. Si pensa che fossero o una battuta che chiudeva una scena atta a catturare l’applauso del pubblico, oppure una battuta o un sipariett ocomico che interrompeva una scena per passare alla successiva.

Da qui il termine lazzi si pensa che derivi dalla parola italiana laccio, appunto per allacciare una situazione all’altra o per chiudere una scena. ce ne sono molti tipi e probabilmente ogni attore ne aveva un repertorio personale.

Esempio assoluto dei lazzi è il cosidetto “Lazzo della mosca”  di cui un esempio è uno “scketch” in cui la maschera Panatlone,   he deve partire per un viaggio dice al suo servo Arlecchino  di non far avvicinare a sua moglie nemmeno una mosca, lui per tutta risposta lo rassicura, ma quando Pantalone tornerà a casa si troverà tantissimi uomini a corteggiarre sua moglie; Arlecchino, interrogato sulla questione si giustifica dicendo che non voleva che le mosche si avvicinassero a lei, ma non aveva parlato di uomini.

E dopo aver tanto parlato della caratteristiche comportamentali della maschera di Arlecchino direi di passare al suo famosissimo costume, che ne dite?

Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

Come abbiamo detto in origine Arlecchino non era null’altro che uno Zanni, questo lo portava ad essere vestito con camicia a pantaloni bianchi, come il suddetto peronaggio, col tempo però subì diverse modifiche: passò un periodo in cui le sue toppe erano sparse di diversa forma, colore e dimensione, e il personaggio usurava talmente povero che non riusciva a trovare e o a comprare pezze tutte uguali.

Col tempo questa sua peculiarità si sviluppò finchè il costume non fu interamente ricoperto di pezzi di stoffa colorata a

Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

Arlecchino: la maschera con le toppe dai mille colori

rombo o a losanghe bianche su sfondo colorato; così da costume povero qual’era diventò quasi aristocratico.

Alla maschera poi si aggiunse una maschera di cuoio o in cartone cerato, in cui si avevano profonde occhiaie, occhi piccoli e due piccoli bozzi, che erano residui delle iniziali corna di Hellequeen. 

I capelli venivano coperti da una calotta nera oppure in alcune versione ha anche un cappello di feltro decorato con un codino di coniglio, ma non ostatne tutto questo nascondersi, Arlecchino restò la maschera più espressiva della Commedia dell’Arte, con un espressività corporea inimitabile.

Concludono il suo abbigliamento un manganello con cui da e prende botte, girare la polenta e per condurre le mandrie al pascolo, chiamato “batocio”. E ai piedi scarpe nere con due grandi fiocchi neri sopra.